Sulla manifestazione di oggi 9 ottobre – a cura di Loris

I metalmeccanici sono un soggeto “sporco”, pesante, del Novecento. Fanno venire in mente la fabbrica, le tute, “gli operai che non esistono più”. Se ne parli politicamente, ti guardano come chi è irrimediabilmente ancorato ad un passato bloccato per sempre nel passato. E’ inutile sperarci, non tornerà. Per cui ti immagini la manifestazione della Fiom come una vecchia scenografia, “i volti solcati”, l’orgoglio, l’identità.


Invece vedi un corteo molto lungo, vedi quella cosa agitata dalla destra contro le istituzioni e lo stato di diritto, quella cosa di cui i riformisti hanno smesso di interessarsi, quella con cui noi “sinistra radicale” proviamo disperatemente ad avere autorevolezza e capacità di attrazione senza riuscirci. Oppure quella cosa che molti teorici ti hanno detto che non esiste più perchè esistono gli individui, le moltitudini, i gruppi di interesse, i territori. Quel corteo è proprio un corteo del popolo, e anche di un popolo mediamente giovane, e visivamente anche lontano da quella che ti aspetti come popolazione militante: visivamente normale, semplicemente, e anche con pochi simboli se non le bandiere sindacali, e con pochi vestiti che simboleggino il classico abbigliamento da giovani di sinistra. Tanti trentenni, soprattutto. E poi tantissimi striscioni di aziende che stanno per chiudere e di presìdi permanenti di cui non si sa niente.


Ne hanno dette di ogni. Che l’organizzazione dei vecchi soggetti politici non serviva più, e poi vedi che l’unico soggetto capace di portare in piazza e di comporre questo popolo è la Fiom. Che gli operai votano tutti a destra, che hanno la tessera Fiom e votano Lega, che non sono
più disponibili all’azione collettiva perchè la società dei consumi.
Tutte cose che magari in parte sono vere, però non c’è la controprova. 

E quando qualcuno ci entra, in queste vite? Quando qualcuno è li presente, quando il problema del lavoro è toccato da difficoltà che sono risolvibili solo con scatti di azione collettiva, quando forse c’è una possibilità anche vaga che tutti i problemi materiali e umani che tutti viviamo sul lavoro diventino più visibili e più agiti, cosa può succedere? E se non si fosse buttato via un patrimonio centenario di conoscenze teoriche e pratiche sul rapporto tra la politica e il lavoro, le verità giornalistiche e sociologiche sul lavoro sarebbero vere lo stesso?
Non si tratta d operai. Io non ce l’ho questo mito, non lo posso avere. Però si tratta di lavoro, di tutta la massa di fatiche, di paure e di solitudini che tutti noi viviamo nel posto in cui lavoriamo. Questo è possibile che torni ad essere politica? Io non lo so, però se ho ancora voglia di fare politica è di farla come stamattina.


Poi torno a casa, e devo vedere una volta di più che la “libera stampa” che ci chiama in piazza per difenderla, quando si tratta di lavoro non è molto libera, perchè il suo proprietario non è un lavoratore ma è un imprenditore o tanti imprenditori, a cui non piace che il soggetto sporco sia in prima pagina. Perfino il sito del Corriere dedica più spazio allo sciopero Fiom di Repubblica (che non lo pubblica proprio per niente). Chi è libero? Si parla tanto di democrazia in questi giorni, però io sono convinto che se vuoi capire che cosa è diventata la democrazia devi andare a vedere cosa è diventato il lavoro, e che quando il lavoro è schicciato la democrazia non c’è e non ci può essere.

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